Karolus

17,00 

di Alberto Busca

 

Il romanzoVita, amori, guerre e avventure di Carlo Magno
Oltre 300 pagine di biografia romanzata di uno dei più grandi sovrani della storia.

Karolus rivela l’intimità di un uomo, figlio del suo tempo: le paure, le superstizioni, i grandi ideali, i sotterfugi e tutto ciò che, sommato insieme, ha concorso a costruire il leggendario personaggio di Carlo Magno. È l’appassionante romanzo della vita, degli amori, delle guerre, di un visionario che a modo suo ha unito l’Europa sotto i vessilli dell’impero e del cristianesimo, spinto dal desiderio del benessere di un unico popolo o, forse, da una smisurata sete di conquista.

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Ecco la prefazione e un’anteprima del romanzo di Alberto Busca.
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Prefazione

 

“L’opera, pensata in omaggio ad uno dei più grandi personaggi storici esistiti, è finita per diventare un romanzo, prediligendo la fantasia narrativa al catalogo di eventi e date. Sarà certamente utile sapere che Carlo abbia compiuto questo o quell’atto, editato questo o quel decreto, ma credo sia certamente più divertente immaginarlo mentre prende una decisione, girando nervosamente intorno ad un tavolo o assaporando la nobile fierezza di un rosso renano. Ce lo rende più vicino, a portata di mano, criticabile, umano.
Umanizzare Carlo non è stato difficile: il suo biografo Eginardo ci ha lasciato pagine intense anche dal punto di vista introspettivo del carattere dell’uomo. Il complicato è stato estrapolare dalle varie fonti, i motivi reali per i quali Carlo prese certe decisioni. Eginardo inizia a scrivere la “vita Karoli” solo dopo l’814, contrariamente a ciò che descrivo nel romanzo. È naturale che, in merito ad esempio all’incoronazione, nella notte di Natale dell’800, Carlo gli imponga di descrivere la sua sorpresa per la cerimonia, la sua ritrosia, ma soprattutto, la sua contrarietà. Deve infatti giustificare, dopo tutte le manovre perpetrate all’indirizzo dell’ignavo Leone III, di aver sottratto il legittimo ruolo imperiale a Costantinopoli, semplicemente approfittando del fatto che in quel momento il basileus fosse una donna, Irene.
Il romanzo, infine, consente di ottenere anche un altro vantaggio: rivelare l’intimità dell’uomo del suo tempo, le paure, le superstizioni, i grandi ideali, i sotterfugi e tutto ciò che, sommato insieme, ha costruito il personaggio Carlo.
Il resto è stato facile: opera di pura fantasia che, come amo sempre ricordare, subentra a riempire quello spazio incognito tra due episodi conosciuti.
Ancora una volta ho evitato che il personaggio morisse. L’ho lasciato in un momento in cui, ottenuti i suoi obbiettivi, poteva anche uscire di scena o lasciare ai suoi collaboratori l’espletazione delle ultime fasi del suo progetto. L’espediente, ad uso e consumo personale, mi consente di salutarlo sapendolo ancora vivo, permettendomi di volare con la fantasia immaginandomi cosa ancora avrebbe potuto fare. E, trattandosi di Carlo, pur costretto nel suo tempo, credo che lo spazio da lasciare all’immaginazione sia davvero tanto.”
Alberto Busca
Anno 755.
 
Bertrada di Laon aveva dato a Pipino due figli: Carlo e Carlomanno. La figura esile e sottile della donna era il ritratto della nobiltà sopita da una quotidianità spenta e rassegnata, chiusa nel circolo vizioso dei rituali mondani, priva di ogni scintilla di rinascita, schiacciata dalla solidità di una bonaccia che solo l’iniziativa ambiziosa del Maestro di Palazzo poteva scuotere. Il potere era confinato nel chiostro dell’Austrasia, sempre più povera di terra e sempre più ricca di titoli da elargire a vassalli poco riconoscenti.
Eppure già il suocero, Carlo il “Martello”, aveva iniziato a percuotere l’incudine di palazzo, distinguendosi tra i nobili e l’esercito, portando a buon fine anche una proficua campagna militare. Tuttavia era stato proprio suo marito Pipino a rimaneggiare le consuetudini di corte e a tessere quelle trame che avrebbero garantito ai suoi figli la reggenza. Iniziò a distribuire le cariche di Maestro di Palazzo ai suoi fedeli, sparsi tra le provincie dell’Austrasia, garantendosi, in cambio, la loro collaborazione armata ogni volta che fosse servita. L’aristocrazia fondiaria, nel giro di poco tempo, era stata trasformata in aristocrazia guerriera, con fondi sufficienti a consentirle un equipaggiamento pesante e ben assortito, oltre ad un cavallo con bardatura da guerra.
Pipino stava rientrando da Roma, dove aveva ottenuto la sacra unzione di Re per sé ed i suoi figli. Da lì a qualche giorno sarebbe giunto con l’armata franca, pesantemente armata e fedele, pronto a ripartire per l’Aquitania. Si sarebbe portato appresso il primogenito, Carlo: da qualche parte doveva pur iniziare ad apprendere il mestiere di Re, e l’Aquitania, divisa e problematica, avrebbe fornito un ottimo banco di scuola.
L’inizio del nuovo anno servì a consolidare le alleanze ed il sistema di governo. L’istituzionalità della figura regale imponeva la presenza a cerimonie religiose e militari. Una di esse portò, nel luglio del 755, Pipino ed i figli ad assistere alla cerimonia di traslazione delle spoglie di San Germano di Parigi, all’abbazia che sarebbe poi diventata Saint-German-des-Prés; era il venticinque del mese.
Carlo aveva sette anni. Partecipò alla messa con la devozione di un bimbo cui erano state insegnate le parole della liturgia, senza spiegarne il significato. Al termine della cerimonia i portatori si predisposero ad estrarre dal sacello, in cui finora era stata custodita, la teca contenente il corpo del santo. Un paio di manovali aiutavano nell’impresa, dando di scalpello all’angusto spazio da cui la teca doveva uscire. Ne ebbero finalmente ragione, consentendo ai portantini di disporsi intorno al sarcofago, in posizione piuttosto precaria. Pipino assisteva tra l’annoiato e il divertito; Carlo non si perdeva una mossa, sussultando quando la cassa traballante sembrava più predisposta a cadere a terra che non a lasciarsi trasportare altrove. Uno dei portantini si accinse ad alzare di peso il fondo della cassa, ma un gradino dell’altare gli fece mettere il piede in fallo, cercò di riprendere l’equilibrio quando ormai la cassa era completamente obliqua e fuori dal controllo degli altri tre addetti, impegnati a loro volta a mantenersi in piedi. Carlo scattò in avanti, scartando il Vescovo e dribblando la presa del padre: si insinuò tra l’altare e il busto del portantino, portandosi con testa e spalle sotto il sarcofago e frapponendosi all’imminente catastrofica caduta in terra dei Santi resti. La mossa fu istintiva e priva di qualsiasi calcolo delle conseguenze: la bara sfuggì definitivamente di mano al portantino e si assestò sulle spalle di Carlo che, nel frattempo, aveva sollevato le mani in cerca di un ulteriore aiuto per reggere il cassone. L’intervento fu provvidenziale per consentire al malcapitato di riprendere la posizione corretta e afferrare energicamente la bara, riportandola sulla propria spalla. Carlo riuscì finalmente a divincolarsi ed uscire dalla scomoda posizione, verificando che le spoglie del santo fossero saldamente appoggiate alle spalle dei quattro addetti. Tornò al suo banco in prima fila, sotto lo sguardo del padre, mentre i portantini si apprestavano a percorrere la navata. Giuntogli di fianco, l’autore dello scampato disastro si voltò verso il Principe:
«Tutto a posto ragazzo?»
«Nessun problema, solo qualche graffio.»
Il Re ed i figli si disposero dietro la cassa, seguendola all’esterno.
Carlo aveva una spalla lussata e sanguinava copiosamente da una mano.
 
Le giornate trascorrevano giocando a dama, cavalcando, cacciando, allenandosi alla spada. Carlo aveva forse preso in prestito dal nonno omonimo, detto “il Martello”, non solo la costanza di ottenere ciò che voleva, ma anche il gusto per le belle donne, proponendosi in imbarazzanti corteggiamenti con le nobili dame che frequentavano la corte paterna. Con le stesse giocava interminabili partite a dama, riducendole a civettuole damigelle non appena otteneva una vittoria, spesso tramite mosse avventate ed impreviste. Se a cavallo se la cavava bene, ancor meglio si distingueva con un arco in mano, impegnato alla caccia al cervo o al cinghiale. Difficilmente lasciava andare avanti i compagni; aspettava che i cani avessero annusato la pista per buttarsi a capofitto sulla traccia, ritrovandosi, non raramente, alle prese con qualche animale ferito, spumante vendetta.
Con Carlomanno i giochi erano per lo più in cortile, spada alla mano, in improbabili duelli fratricidi in cui Carlomanno tendeva ad avere la meglio, costringendo a pianti e musi lunghi due palmi il fratello più grande. Con la madre Bertrada e la sorella Gisella era invece tenero e premuroso. L’atteggiamento scostante ed autoritario che manteneva con i maschi, diventava protettivo ed affettuoso con le donne e le fanciulle. Solo con il fratello manteneva un costante senso di all’erta, di competizione, di malcelata invidia per la sua maggiore robustezza ed abilità con le armi.
Pipino capì che un Re non poteva vivere nell’ignoranza e stabilì di condurre a corte un letterato che facesse da precettore ai suoi figli: Eginardo. Questi prese immediatamente in simpatia Carlo che preferiva eccellere in lettere e matematica a discapito del fratello piuttosto che sfigurare: per questo si accaniva nella lettura e nel calcolo. Il padre, poi, non mancava di condurlo con sé allorquando si trattava di amministrare la giustizia in qualche città del regno: Carlo avrebbe dovuto essere non solo istruito, ma anche saggio nel giudicare e nel governare. A tredici anni Pipino condusse nuovamente i figli in Aquitania, la cui difficile situazione non era cambiata di molto dall’ultima volta. Carlo imparava, mentre il padre gli spianava la strada di un regno franco potente e fedele.
Poco più che tredicenne Carlo ottenne la giurisdizione dell’abbazia di Saint Calais entro cui amministrare la giustizia. L’esperienza gli aprì gli occhi sull’importanza dell’istituzione benedettina: i missionari erano portatori della voce di Cristo, unendo popoli lontanissimi tra loro, mentre le abbazie erano centri di cultura la cui portata doveva essere ampliata per potersi propagare sulla grezza barbarie del volgo.
Carlo cresceva focoso ed esuberante, energico e talvolta grossolano, scaltro, tenace, curioso. La sua personalità si rafforzava esigendolo al centro della scena, disponibile ad essere ammirato, ascoltato e vezzeggiato; qualsiasi questione doveva essere affrontata e pianificata di persona, qualsiasi controversia andava giudicata senza intermediari. Persino i testi di Ambrogio ed Agostino che Eginardo gli leggeva, venivano commentati con un “optime”, come se il suo avvallo fosse indispensabile persino ai Padri della Chiesa. Ambizioso, ingombrante, invadente, possessivo, gradiva la compagnia e detestava la solitudine; persino nei banchetti non amava segregarsi come i Bizantini e gli orientali, ma partecipava alle gozzoviglie generali e ai piaceri della buona tavola, da vero capo barbaro della sua Sippe. Più tardi avrebbe conservato lo stesso atteggiamento evitando di delegare a ministri e consiglieri le decisioni importanti, ma assumendole in prima persona. Barbaro nei modi, fervente credente alla salvezza dell’anima, superstizioso combattente delle superstizioni, eppure dava alla cultura un’importanza che nessuno, prima di lui, aveva ritenuto dover concedere. Iniziò a circondarsi di ecclesiastici che voleva integerrimi e da loro attingeva, come una spugna, dottrina e sapere.
Eginardo intuì ben presto la personalità del ragazzo e la statura del futuro uomo e, inizialmente di nascosto, prese a scrivere la “Vita Karoli”, ispirandosi alle “Vitae Caesarum” di Svetonio.
Alcuino era un dotto di corte che Carlo amava frequentare e con il quale non mancava di confrontarsi circa la saggezza che i chierici erano in grado di apportare alla corte:
«Potessi almeno disporre di una dozzina di ecclesiastici della statura di Agostino e Girolamo…»
«Dio stesso non ne ha che due e tu ne vorresti almeno una dozzina.»
Carlo proruppe in una fragorosa risata, battendo il palmo sulla spalla dell’amico.
«Hai ragione Alcuino, hai perfettamente ragione.»
Così Carlo cresceva, indaffarato a raccogliere reliquie, ordinando la costruzione di Chiese, operando per la salvezza dell’anima, più che predisporsi intimamente ed interiormente alla stessa, continuando ad atteggiarsi a Principe barbaro, scopando ogni volta che ne aveva l’occasione e dominando su tutto e tutti, in attesa di averne la reale autorità.
Infine avvenne ciò che era nel naturale ordine delle cose: Pipino morì, nell’anno del Signore 768, il 23 settembre. Carlo aveva vent’anni.

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