Il respiro dei monti

12,00 

AA.VV. A cura di Luca Pegoraro
Ti lascio la terra… abbine cura
Antologia che raccoglie i racconti selezionati per le finali del “Concorso Nazionale di Racconti Inediti di Montagna” 2022 indetto da LAReditore e Jeet Write Do con il prestigioso patrocinio dell’UNCEM (Unione Nazionale Enti e Comuni Montani).
Preordina il libro cliccando il pulsante aggiungi.
Consegna prevista ottobre 2022.
Categoria:
Ecco una breve anteprima
dell’antologia di racconti inediti di montagna.
Ti proponiamo alcune righe del racconto di Andrea Trolese,
vincitore del Premio della giuria.
Leggi, valuta e… diventa protagonista!
Clicca sul pulsante “aggiungi”!
TRASSILICO, LA VIGNA, UN RIFUGIO
di Andrea Trolese
“Trassilico è un borgo arroccato che ha lasciato raggio, diametro e circonferenza stesi sul campo di battaglia metropolitana.
Tutto funziona e nulla necessita. C’è margine, spazio, benevolenza e ospitalità.
Soprattutto la benevolenza, il ben volere, è moto innato e secolare custodito tra le mura. Qui non c’è richiesta, perché la domanda è già risposta nel quotidiano di oggi e domani. Ieri è una colonna vertebrale, un midollo.
Qui non c’è bisogno di quelli che stanno o pretendono, ma solo di quelli che QUI sentono di arrivare”.
Siamo a Trassilico da ormai dieci mesi e ho ritrovato questi miei appunti spiattellati in una delle decine di note che tendo costantemente a non ritrovare sul mio smartphone. Appuntarmi qualsiasi cosa in maniera disordinata è un mio vizio, come quando commettiamo l’irresistibile errore di grattarci non appena avvertiamo il leggero prurito di una puntura di zanzara. Non siamo capaci di resistere alla tentazione del piacere, e così tutto si scatena con un’intensità inarrestabile, perpetua, palpabile. Anche il viaggio è così, una volta partiti non si può resistere e non resta che scontare la dolce pena per analogia dell’eterno vagare.
Anche quando non ci si sta fisicamente muovendo, anche quando si chiudono gli occhi: un dolcissimo inferno di stimolante irrequietezza.
Da quando siamo arrivati a Trassilico, ogni mattina, al risveglio, davanti ai miei occhi ci sono due cime rocciose: la Pania Secca e la Pania della Croce, entrambe miracoli custoditi all’interno del Parco Regionale Alpi Apuane.
A un primo sguardo mi sembrano barriere maestose a difesa dal Mar Tirreno, dalla Versilia, dalla frenesia, ma in realtà osservandole meglio mi rendo conto che anche loro sono come me: le creste rocciose donano una falsa aria di apparente quiescenza, di trionfante stabilità, eppure al di là del loro apparire immobili sono terra che ha voluto farsi cielo. Più le osservo e più mi sembra di percepirne il movimento, di carpirne lo sforzo di ammirevole costanza in quell’esercizio di ascesi ad aeternum.
Mi viene la nausea di fronte a una tale onnicomprensiva incomprensibilità.
“Nell’idea di erigersi che gli uomini inseguono dalla più lontana, notturna alba della loro differenziazione storica, le montagne giocano un ruolo quasi di vocazione, suscitano un’enigmatica pulsione a salire, non si sa perché, forse solo perché le montagne sono là”.
Mi piacerebbe poter dire che anche questo passaggio è stato ritrovato tra i miei appunti, ma si tratta di un estratto preso dall’Opus Montanum del grandissimo, anzi “altissimo” Luigi Zanzi, che alle montagne dedicò la vita perché, in fondo, esse sono la vita.
La nostra casetta presa in affitto è tra le poche in paese a poter garantire un minimo di privacy in quanto priva di accesso principale dalla via Vallisneri, la via del corso del paese. Come quasi tutti gli altri edifici, si tratta di una porzione terra-cielo incastrata tra altre porzioni, una striscia verticale simbolo di un’architettura abbracciante che da secoli ha sempre cercato di imitare le montagne crescendo verso l’alto, risparmiando così il poco e preziosissimo terreno necessario alla coltivazione e alla pastorizia. Avvolti da una saggezza calcolata al millimetro, tutto e tutti hanno un ruolo e non è possibile concedersi il lusso di abbandonarsi al caso, perché diventerebbe caos, e a quello ci pensa già la natura. Sì, perché qui basta guardarsi intorno per capire che gli ospiti siamo noi, e l’esser più o meno graditi dipenderà solo ed esclusivamente dalla nostra capacità di simbiosi.
I castagni ci respirano sul collo, il vento salmastro della Versilia scala le cime e s’incastra nelle narici e dalla via, oltre ad Angiò che bisbiglia qualcosa alle galline, si sente già il vociare orgoglioso di parole sempre uguali e sempre vere:
“Buongiorno Maria, come andiamo?”
“Da vecchietti. Fin che se vedemo…”
“Suvvia, ’un lamentamosi, che vecchia è la Pania! Guardate che giornatina anche oggi.”
Mentre bevo il caffè sul terrazzino, le vette, i pensieri, questo borgo e la riapertura imminente del Rifugio La Mestà alla quale stiamo lavorando, mi creano degli attacchi (a me famigliari) di quella che autodiagnostico come “troppofobìa”. Mi si blocca il respiro, il cuore abbandona il suo consueto ritmo lanciandosi in assoli di free jazz aritmico extra-sistolare, il viso si cosparge di formicolii che mi fanno tremare le palpebre.
È una difficile digestione quella della felicità.
Anche lo stomaco borbotta e si assesta dopo la notte trascorsa pacifica ad assimilare la trippa di Basilio.
Basilio è un cuoco, nell’anima e nel corpo. Ha un portamento abbondante e il suo volto che tende sempre al sorriso mantiene uno sguardo alto e sicuro per le strade del paese. Qui, in verità, lo chiamano Giacomo per motivi a me ancora oscuri, ma risulta evidente sin da subito che lui è quello del villaggio che ha girato il mondo, cucinato per i VIP, tenendo alta la bandiera del paesello. Per questo è forse anche un po’ invidiato, canzonato senza cattiveria. Si sente coraggioso e si dispiace per i suoi paesani che non sono mai cambiati, mentre io credo che questa smania di cambiare sempre sia sopravvalutata.
Ci vuole tanto coraggio anche a custodire.
Si è spesso e volentieri eroi anche a restare.
La casa di Basilio Giacomo (quella in “centro” perché poi c’è anche quella “in campagna”, ci ha spiegato lui) si trova in via di Mezzo, salita la Marchesana dopo la casa del boscaiolo, che è a sua volta a pochi passi da quella del fungaiolo.
Racchiude senza opprimere e accoglie come solo le case di montagna sanno fare: c’è il camino, una taverna, una vipera in formaldeide, un busto di Lenin in soffitta. Tutto il necessario.
Il legno è ovunque, tanto che sembra di stare dentro a un albero con le finestre, nel mezzo di un’antica fiaba che profuma di castagno bruciato e trippa alla fiorentina.
Dal primo giorno che siamo arrivati, Basilio ha incarnato l’ospitalità di questo borgo, dove non esiste diffidenza, e anche qualora dovesse esistere, si fermerà sempre davanti a un boccone (o a una boccata, come direbbero qui) mangiato assieme. L’età media di chi è rimasto a vivere quello che fu un glorioso comune è di circa settant’anni, ma da un uscio ogni tanto spunta anche qualcuno che, come noi, qui ha deciso di arrivare. Nonostante il numero di abitanti non superi la sessantina, tra le vie e le carraie si son ritrovate quasi dieci nazionalità diverse. È strepitoso (e spaventoso) come la distanza dalla civiltà generi Civiltà.
Lontani da tutto e da tutti ci si avvicina davvero.
La gente qui è diretta, schietta, con poche “seghe”. Le cose vengono fatte senza per forza dover essere dette, non per omertà, ma per semplicità d’animo. Chi cresce in ambienti come questi, o chi ci arriva, viene travolto dalla semplicità di una logica sconcertante alla quale pochi di noi sono stati abituati. Ascoltando la voce tuonante di Basilio che racconta orgoglioso le sue imprese di vita e la sua infanzia nel borgo mi trovo immerso in ciò che ho sempre pensato potesse esistere, ma che non mi sarebbe mai stato dato.
A scuola ho imparato a studiare, all’università ho imparato a pensare, poi “al lavoro” han provato a farmi credere che era tempo di far sul serio, come se la scuola e l’università fossero stati un gioco. Mi parlavano di “sacrificio”, di “obbiettivi” e di “sicurezza”, i vuoti miti della società scarnificata che mi era toccata in eredità storica. Produci, consuma, crepa.
Nell’arrivare a Trassilico, davanti a un piatto di fagioli o alla Pania della Croce, ho trovato l’ennesima conferma di quel mio rifiuto interiore della vita a comparti stagni.
La vita è una faccenda propedeutica, non una questione di categorie, e io qui mi sento al sicuro e con un obbiettivo molto chiaro: essere felice.
 
…continua

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