Libero

12,00 

di Carlo Maffei
Cosa resta di noi, al di là della folllia?
“Nel vedere il giovane Libero con in mano un coltello insanguinato, accanto al corpo esanime di un inserviente, la Direttrice non poté fare a meno di pensare:Cosa diavolo è successo?”
Un crimine sconvolge la quiete apparente della città di Pinerolo, costretta – attraverso i suoi personaggi – a fare i conti con i propri vizi e le proprie virtù.
Carlo Maffei ci introduce in un romanzo corale, enigmatico e coinvolgente come un thriller, alla ricerca di una verità nascosta tra le pieghe della follia.
Al lettore il compito di accompagnare il protagonista, il giovane Libero, oltre l’incubo della normalità…
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Ecco un’anteprima del romanzo di Carlo Maffei.
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La forza fu inaspettata e inarrestabile.  
Il rumore creato dal polso, quello di un ramo spezzato.  
Le sue carni cedevoli, il freddo metallico della lama.  
Dolore, stupore, calore di sangue.  
Un pleonastico tentativo di resistere al terreno.  
Infine, il nulla.
 
 
Capitolo 1. Oggi
 
La Direttrice1 è in piedi davanti alla porta del pulmino. Lo sguardo austero, quasi maligno. Il palo nero che sorregge e fa da cardine allo sportello non si differenzia molto dalla silhouette della donna.
«Erminio, sveglia!» grida al ragazzone che sta seguendo il volo di un piccione sopra al vecchio tetto di fronte. Erminio rinsavisce, sorride alla Direttrice e affretta il passo salendo goffamente sul pulmino. Quelli già seduti sogghignano con beffardo compiacimento. Irma, immedesimandosi in lui, arrossisce e abbassa lo sguardo.
«Dodici, tredici… Isabella! Dai che se aspettiamo te… Quattordici, chi manca?»
La Direttrice guarda il suo piccolo orologio dorato: sbuffa, tamburella con il piede sul marciapiede, scuote la testa facendo smuovere leggermente i capelli sempre composti e laccati. Aspira ed espira rumorosamente dal naso.
L’autista prende il telefono dalla tasca della giacca appesa al plexiglas dietro di lui, guarda l’ora, sospira. Si rivolge alla Direttrice con una sorta di timidezza.
«Signora… mi perdoni ma ho un altro trasporto tra poco più di un’ora e se non ci sbrighiamo…»
La Direttrice inarca un sopracciglio e con la cartellina stretta tra mano e avambraccio, parte a passo spedito. Passa sotto l’arcata di mattoni, corricchia sul vecchio pavé dissestato, sotto la scritta in rosso “Istituto Alium”. Percorsa la sala ricreativa, imbocca il lungo corridoio che porta ai bagni. I tacchi echeggiano in quel silenzio irreale.  
Una sedia a rotelle, messa di sbieco, sembra aspettare invano che qualcuno ci si sieda.  
Nelle camere non trova nessuno, ma mentre controlla in bagno sente un flebile lamento provenire dal magazzino. Apre la porta, si ferma, allunga il collo cercando di capire se il lamento arrivi da lì.
«Ragazzi… Carlo…» il sibilo svanisce. Il suo corpo vorrebbe andarsene, scappare, ma qualcosa le dice di non farlo. Fa i tre passi che la dividono dalla porta, la spinge lentamente.
Libero è davanti a lei, inginocchiato, nella mano sinistra stringe qualcosa.  
Carlo è a circa un metro e mezzo da lui, immobile. Ha una posizione innaturale. Sembra caduto dal quinto piano per come è schiacciato ed aderente alle piastrelle.  
La Direttrice si avvicina abbastanza da vedere che Libero stringe un coltello. Il sangue di Carlo imbratta la sua mano, scorre lungo la lama. Il tonfo della cartellina, che la donna fa cadere a terra, non smuove la situazione, rompe solo il silenzio.
Dietro a un bancale, seduta con la schiena contro il muro, c’è Allegra.  
La Direttrice le si avvicina, la scuote, ma lei non reagisce.
«Libero! Cosa hai fatto, cosa è successo?»  
Nessuna reazione.  
«Allegra! Rispondi, per Dio!»
 
1. La Direttrice, al secolo Magda Molinaro, 52 anni. Zitella non per sua decisione, abita in un alloggetto ricavato nella casa dei genitori, ha una mania per i gatti e per i film sdolcinati.
Capitolo 2. 1977 19
 
Madre e figlio camminavano svelti sotto i viali della stazione. Vera2 indossava una gonna grigia a quadri rossi, degli stivali fino al ginocchio; capelli sciolti, ondulati e neri. Libero la seguiva a stento, l’ombra della donna sovrastava la sua arrivando fino alla panchina.
«Mamma! No correre, ‘tanco… Male gambine!» la implorò arrotolando il labbro inferiore.
«Dai ragnetto… dobbiamo sbrigarci!»
Davanti al bar di Gino3 alcuni clienti osservarono il passaggio della donna con occhi vogliosi e sguardi complici.
Orlando4 era seduto al tavolo in fondo. La tovaglia di panno verde era piena di buchi di sigarette e il fumo aveva creato una spessa nebbia sopra agli uomini intenti a giocare a poker. Vera si mise davanti a loro; uno dei quattro si voltò, la squadrò dalla testa ai piedi e poi si girò di nuovo mettendo un biglietto da diecimila lire nel mucchietto di soldi al centro del tavolo. Orlando, con la sigaretta tra i denti, si decise a parlare: «Cosa vuoi? Perché vieni a rompere i coglioni?»
«Devi tenerlo per qualche ora… Ho da fare e non posso lasciarlo a nessuno» rispose Vera mettendosi Libero davanti e accarezzandogli i capelli.
Orlando guardò i tre amici uno alla volta aspirando dalla sigaretta e chiudendo l’occhio destro.
«Chi ha aperto?»
«Io» rispose il più vecchio dei tre.
«Quindi?» gli chiese Orlando.
«Ventimila» disse allungando il biglietto blu.
«I tuoi venti più cento» incalzò Orlando. L’uomo guardò le carte, gli altri due le abbassarono in senso di resa.
«I tuoi cento più cinquanta!»
«Facciamo altri cento!» rilanciò Orlando aspirando voracemente.
Il vecchio riguardò le carte, mentre sottecchi cercava conferme dagli altri due giocatori.
«Non hai un cazzo! Stai bluffando come al solito, vada per cento! Cos’hai?»
Orlando mostrò la scala di colore all’uomo che imprecando si alzò dal tavolo, poi sorridendo appoggiò la sigaretta sul posacenere di vetro colmo e raccolse i soldi.
«Beh… di grana non me ne manca oggi. Che cazzo gli faccio fare?» chiese a Vera guardandosi attorno.
«Non so, ma me lo devi mi sembra, torno tra un’ora al massimo, non di più.» Se ne andò.
Libero si sedette su una sedia guardando l’uomo, in cerca di considerazione.
«Sai giocare a carte?» gli chiese Orlando. Lui scosse la testa.
«Allora ti insegno. Vuoi una bibita?»
 
Vera attraversò la città, testa bassa e pensieri confusi. Entrò nell’androne, salì i gradini. Quell’odore lo conosceva bene. Odore dei vecchi palazzi ottocenteschi: muffa, vernice, stantio, mischiati all’odore di cavolfiore che bolliva in qualche alloggio. Al terzo piano, sotto al pulsante piccolo e nero, la targhetta dorata con scritto “Loiacono”. La porta si aprì. Assuntina la guardò con disapprovazione.
«Il signore è nello studio» le disse seccamente.
Vera la seguì in silenzio, entrò nella stanza, un profumo di carta la fece tornare indietro di anni.
«Vera. Cosa ti porta da noi?» chiese l’uomo rimanendo con lo sguardo fisso, oltre la finestra.
«Buongiorno papà, la mamma è imboscata come al solito?»
L’uomo alzò le spalle.
«Non parliamo di tua madre, dimmi cosa vuoi.»
«Sono senza lavoro, non so dove stare, volevo chiedervi se posso stare qui per un po’, giusto il tempo di sistemarmi. Poi andiamo via, lo giuro.»
«Se vuoi possiamo ospitare volentieri il bambino, ma lo sai come la pensiamo io e tua madre…»
«No! Non ci pensate nemmeno. Libero sta con me. O tutti e due o nessuno!»
Suo padre si girò, posò sul tavolino la pipa che teneva spenta tra i denti. Prese dal cassetto della scrivania una busta gialla, che sembrava messa lì in attesa dell’arrivo di Vera.
«Aggiustati con questi, ma non venire mai più, se non per farci conoscere tuo figlio.»
Assuntina, dalla cucina, osservò la ragazza uscire dallo studio e andarsene di casa per l’ennesima volta.
Ilda uscì dalla stanza da letto, entrò nello studio e si avvicinò al marito: «Nulla?»
Paride scosse la testa mentre riaccendeva la pipa.
«Quella ragazza ha avuto troppa libertà… adesso vedi come si comporta?»
Vera scese le scale velocemente; la signora Pisoni, quella del secondo piano, sembrava aspettarla dietro la porta. La chiamò, le disse qualcosa, ma Vera non le diede ascolto. Arrivata al pianerottolo aprì la busta gialla, dentro c’era un milione in contanti.  
Camminò senza meta, i pensieri e i sensi di colpa la assalirono. Arrivò in piazza Santa Croce senza rendersene conto. Vide la 126 amaranto parcheggiata. Si bloccò, fece per proseguire, poi la mano entrò nella borsetta, sfiorò con le dita i soldi del padre e prese vicolo Baroni. Il campanello non funzionava, bussò, attese, bussò ancora.
«Chi è?»
«Sono Vera, apri!»
«Vera vai a fare in culo! Hai un figlio, dove l’hai lasciato?»
«Vongola5 apri! Ho dei soldi, tanti.»  
La porta ruotò sui cardini con un cigolio sinistro e lei entrò; in un attimo il tavolino di vetro si riempì di corte ma spesse strisce bianche, le mascelle a stringere e i problemi a svanire.
Vera uscì da quella casa che era già buio. I pensieri e i sensi di colpa che prima la schiacciavano svaniti, volatilizzati. Corse fino al bar. Il locale aveva le serrande mezze abbassate, ma le luci ancora accese. Entrò timidamente facendo suonare il campanellino appeso alla porta. Libero era coricato sopra due sedie. Gino le aveva appaiate e lo aveva coperto con la tovaglia da poker.
«Ragnetto…  Ragnetto alzati che andiamo a casa.» Libero si stirò mugugnando qualcosa di incomprensibile, si fece prendere in braccio. Passò davanti al bancone sussurrando un grazie a Gino che per risposta la mandò a quel paese. Fuori si era alzato il vento, i capelli di Vera accarezzarono il viso del bambino che li scostò. Aprì gli occhi: «Dove sei andata mamma?»
«Dormi ragnetto… domani ti racconto.»
2.Vera Loiacono, 28 anni. Si arrabatta con qualche lavoretto saltuario. Bella, alta, facile alle amicizie maschili. Prende qualsiasi droga che possa farle smettere di pensare al passato.
3.Gino Martelli, 36 anni. Dopo aver lavorato sulle navi da crociera ha aperto un bar con la moglie. La sua tendenza nel non interessarsi dei fatti altrui ha portato nel locale un certo tipo di clientela.
4. Orlando Pozzi, 32 anni. Disoccupato seriale, quasi analfabeta, tende a mettersi facilmente nei guai. Non rinnega piccoli furti e lo spaccio da quartiere.
5. Edoardo Curia, 24 anni. Detto Vongola per il fisico flaccido e la propensione ad attaccarsi alla gente

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