Another Love

15,00 

di Naomi Cataldo

 

Menville, Wyoming.

Rose, una giovane tormentata dai demoni del passato, incrocia il cammino di Lenno, un ragazzo deciso a sfidarne i fantasmi. La vita di Rose precipita però ben presto in un abisso di terrore quando, in uno stato di shock incomprensibile, si ritrova di fronte a una casa in fiamme che scopre essere la sua, con all’interno il corpo senza vita di suo padre. Sospettata dalla Polizia, Rose è condotta in una struttura psichiatrica, dove si imbatte in Steve, un giovane combattente contro la schizofrenia e la paura ossessiva del contatto fisico, anch’egli segnato da un trauma oscuro.

Mentre le indagini rivelano nuove e inquietanti verità sul passato di Rose, Lenno e Steve, una sottile rete di destini intrecciati emerge, lasciando intravedere un filo che pare legare tra loro i destini dei tre ragazzi, portando alla luce la forza e la fragilità dell’animo umano…

 

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12 ottobre 2013

CAPITOLO 1 

Laughing on the outside

In disparte, osservavo l’incendio.

Pochi minuti e la 12th Avenue s’era riempita di persone; le vedevo affannarsi in gesti inutili, come a voler rimandare l’irreparabile. «È la casa degli Allen!» gridavano, quasi volessero farsi forza, fingere di essere parte di un qualcosa.

Per il resto, ricordo vagamente altre urla, il fumo… tanto fumo e Teddy — il mio fedele orsacchiotto — che stringevo al petto con la mano destra; la sinistra era sporca. Sembrava tutto irreale, non capivo il motivo di tanta confusione: perché erano così spaventati?

Ecco sì, ricordo che a quel punto spostando lo sguardo verso sinistra notai un bambino oltrepassare il nastro giallo della Polizia scientifica. Sorrisi. Mi rigirai verso la casa incendiata e il sorriso mutò in una fragorosa risata. Tutti iniziarono a guardarmi, come se dal nulla fossi diventata finalmente visibile. Continuai a ridere. Fu in quel momento che dei passi si fecero strada verso di me, accompagnati dalla voce autoritaria di un uomo: «Voltati e alza le mani. Seguimi.»

Vidi quell’infingardo di Clark, lo sceriffo di contea. Guardai lui e la sua auto con disinteresse, come se il mio sguardo stesse sfumando, altrove.

Mi chiamo Rose, ho quattordici anni e quella casa che brucia è la mia… o almeno lo era.

***

Tenere gli occhi aperti mi divenne sempre più difficile man mano che cominciavamo a distanziarci dal fumo e dai vari pettegolezzi. Intorpidita da chissà quanto, sbirciai dal finestrino per capire dove fossi, ma notai solo una piccola casetta in lontananza prima che Clark interrompesse il silenzio con un inutile: «Ehilà!

Sospirai. Avrei voluto continuare a contemplare il fantastico paesaggio di Manville, ma il suo sguardo persistente mi avrebbe presto portato a un gesto stupido. Mi girai verso di lui, in attesa.

«L’hai mai saputo che io e tuo padre eravamo grandi amici?»

Idiota, pensai.

Guardai la mia mano sinistra e di riflesso un brivido attraversò il mio corpo. Chiusi gli occhi cercando di regolarizzare il respiro, ma quella scena era impressa nella mia mente. Riuscivo ancora a sentire le urla, il freddo della lama, il gorgoglio dell’acqua, e poi… il nulla. Mi facevo schifo. Non per quello che avevo fatto, ma per quello che lui aveva fatto a me.

Tornai alla realtà in un istante.

«Se eravate così amici, sarai sicuramente un bravo uomo anche tu» risposi tornando a guardare dal finestrino.

«Che ragazzina insolente, proprio come sua madre.»

Mi si gelò il sangue: l’ultima volta che avevo pensato a mia madre fu quando mi ero ritrovata sul ponte di Snake River; da allora erano successe tantissime cose.

Liz — come tutti la chiamavano — era la classica mamma della porta accanto, sempre sorridente e disponibile con tutti. Indipendentemente dal suo stato d’animo, ogni volta che si trovava davanti a qualcuno mostrava tutti i suoi trentadue perfetti denti. A quel punto gli occhi le si illuminavano e molte volte la vena centrale della fronte si gonfiava, come se si sforzasse, come se non fosse veramente felice. Tuttavia nessuno lo notò mai e anzi, questi particolari la rendevano la donna più bella del mondo. Morì cinque anni fa in un incidente d’auto. O almeno, questo è ciò che ha sempre raccontato mio padre da allora.

Mi trattenni dal rispondere a quell’odiosa frecciatina e fortunatamente qualcuno interruppe il silenzio prima di me.

«Sceriffo, siamo arrivati» disse il ragazzo che stava guidando l’auto verso il posto che presto – ma ancora non lo sapevo – avrebbe segnato l’inizio della mia fine.

«Dove siamo?» chiesi guardandomi attorno.

«Lusk. Ufficio dello sceriffo Clark» rispose il ragazzo con fierezza.

Le persone sono piuttosto strane, elogiano incondizionatamente chi non lo merita solo per ottenere la loro approvazione. O il loro potere, un giorno.

«Non siamo molto distanti, ti riporteremo indietro non appena avremo finito di farti qualche domanda» precisò lo sceriffo, facendomi cenno con la testa verso l’entrata.

Indietro? Non avevo più una casa, ero sola e tutti avevano timore di me. In quel momento sarei andata ovunque pur di non tornare a Manville. Dovevo mettere da parte le mie paure e affrontare tutta la questione a testa alta.

«Grazie Rupert» risposi boriosamente.

Mi fulminò.

In realtà, il suo vero nome è Rupert Oliver Clark, ma nessuno lo chiama più così da tempo, esattamente da quando, a vent’anni, entrò a far parte della Polizia della nostra contea. Iniziò a farsi chiamare sceriffo Clark ancor prima di essere nominato tale. Non che ora lo meriti più di tanto. È il classico sceriffo che si vede nelle serie televisive, con una pancia enorme e sempre impegnato a bere caffè o fumare sigari.

Mi avvicinai all’entrata dove mi accolse subito una signora paffuta, con capelli arricciati e strani occhiali rosa sul naso.

«Vieni piccola, vuoi un goccino di whisky?»

La guardai sbigottita e pensai a come potesse offrire dell’alcol ad una ragazzina.

«Ah, no! Forse è un po’ troppo presto per iniziare a bere. Ti va un caffè?»

Risposi negativamente con un movimento della testa, mentre le accennai un sorriso.

Lei raggrinzì la fronte e, con i suoi fastidiosi tacchetti, si spostò nell’ufficio dello sceriffo.

«Seguimi, non ho molto tempo» disse Clark mentre mi faceva strada lungo un cupo corridoio. Arrivammo alla stanza numero 4. Mi sembrò strano che avessero associato quel numero a quella porta, mentre quelle vicine avevano numeri a due cifre. Mi girai verso il ragazzo che era sembrato molto esperto del posto e gli chiesi: «Come mai il numero 4?»

Una voce dentro la stanza rispose prontamente: «In Giappone, il quattro ha due pronunce: yon e shi. Quest’ultimo ha una pronuncia con suono simile all’ideogramma che rappresenta la morte». La sua spiegazione non mi colpì molto, ma rimasi immobile come se fossi rimasta scioccata.

«Tranquilla, in realtà questa è solo una normale stanza. È un errore dell’azienda che produce le porte, ma mi diverto un sacco a raccontare questa storia.»

La voce divenne un corpo: di fronte a me c’era un uomo alto, di trent’anni circa, con un’espressione seria e uno sguardo quasi dolce. Nulla a che vedere con Clark, insomma. Mi chiese gentilmente di accomodarmi, poi spostò dei vecchi fascicoli impolverati e ne prese uno per leggerlo. Notai che quello non era né vecchio né impolverato, sembrava appena stato aggiunto agli altri.

Aprì il fascicolo e iniziò a leggere: «Rosalie Elizabeth Allen…»

Non mi ricordavo l’ultima volta che qualcuno mi aveva chiamata “Rosalie”; forse solo il giorno della mia nascita. Per questo lo interruppi subito correggendolo: «Rose, solo Rose.»

Mi guardò intensamente per un attimo, poi tornò al fascicolo: «Bene, Rose… Nata a Manville il 18 aprile 1999, dai genitori Freddie Allen ed Elisabeth Jones. Sentiti libera di correggermi qualora dovessi sbagliare qualcosa. Chi meglio di te conosce la tua vita, giusto?»

Restai a fissarlo senza dire una parola e notai una mosca entrare dalla finestra e volare vicino alla testa di Clark. La scena fu divertente e mi scappò una piccola risata.

L’uomo, nel frattempo, continuò: «Oggi, 12 ottobre 2013, sei stata trovata davanti alla casa in cui abitavi con tuo padre, totalmente in fiamme. Con lui dentro… morto.»

Nessuno parlò.

«Continuo. Il fatto in sé ti coinvolge come figlia del defunto, ma, secondo la testimonianza di alcuni vicini, la tua mano sinistra era completamente sporca di sangue. Ciò ti mette nella posizione di poter essere una probabile indagata.»

La mia bocca divenne sempre più secca; deglutire sembrava un’impresa impossibile, eppure non potevo permettermi di crollare. Dovevo rimanere concentrata e controllare tutta la rabbia repressa che avevo.

Tutti però avevano notato la mia agitazione. L’uomo che mi stava interrogando alzò lo sguardo e, dopo aver appoggiato entrambe le mani sul tavolo, mi disse: «Lavoro nelle Forze dell’Ordine da ben dieci anni e quello che ho imparato è che non bisogna mai fermarsi al primo indizio, per quanto grande esso possa essere.» Si alzò dalla sedia per avvicinarsi. «Non credo di essermi ancora presentato. Sono Thomas Bryce, capo della Polizia della contea del Niobrara.» Allungò la mano verso di me.

«Wow, dev’essere una cosa importante» risposi fissando la sua mano, che lentamente ritornava lungo il suo corpo.

«Gliel’ho detto signor Bryce, è una mocciosa insolente!» urlò Clark.

In quell’esatto momento capii che la calma stava abbandonando il mio corpo e che mancava poco prima che facessi qualcosa di stupido, qualcosa che avevo già fatto. Qualcosa di brutto.

«Clark, la ragazzina ha solo quattordici anni. Smettila e comportati da adulto.»

Mi sentii meglio per qualche secondo, ma la mia faccia non riusciva a mostrare serenità in quella stanza. Bryce però aveva uno strano potere terapeutico su di me, riusciva a calmarmi facilmente e questo lo aveva notato anche lui.

«Sei un po’ stanca? Per oggi abbiamo finito, ti va di rispondere a qualche domanda domani?»

Io non risposi, ma feci un piccolo cenno d’assenso con la testa.

«E ricordati sempre che hai il diritto di rimanere in silenzio e avvalerti di un avvocato. Io farò il possibile per aiut…»

Bryce fu interrotto bruscamente da Clark: «Rimanere in silenzio? Avvalersi di un avvocato? La sua mano è sporca di sangue! È colpevole!»

«Le indagini sono a mio carico, quindi l’ultima decisione spetta a me» disse Bryce, mentre sistemava una delle spille attaccate al petto dello sceriffo. A quel punto ritornò verso di me: «Vedi Rose, su queste faccende tendo a essere molto serio e giusto. Se sei innocente, farò di tutto per trovare ogni prova possibile e scagionarti. Al contrario, sarò io stesso a portarti in un istituto minorile e a lasciarti marcire lì dentro per tutta la tua vita. Chiaro?»

Continuai a guardarlo senza muovere un solo muscolo, come se fossi rimasta pietrificata dalle sue parole. In realtà non mi importava più di nulla… l’unica cosa che volevo era andare via da quella città e voltare pagina.

«Vado a fare un paio di telefonate e ti trovo un posto in cui dormire questa sera, okay?» mi disse accennando un sorriso.

 Fu in quel momento che mi venne in mente della scomparsa del mio amico Lenno, quindi senza pensarci troppo gli chiesi: «Dov’è Lenno?»

Immediatamente, Bryce rientrò nella stanza.

«Lenno? Chi è?» Appoggiandosi alla scrivania, si girò verso gli altri con aria dubbiosa.

«Lenno Rochester, signore. Qualcuno lo ha visto?»

Nessuno rispose.

In quell’esatto momento, capii che non era l’inizio della mia fine, ma l’inizio della fine di Lenno.

 

 

continua…

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