Radio ombra

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di Lucio Fiorillo

Daniele è quella parte di noi che si ritrova ad affrontare un ritorno alle origini, un passo indietro verso quel luogo che ci ha visto adolescenti prima di fuggire altrove, in cerca di ciò che chiamiamo speranza o fiducia nel futuro. Ma quando si ritorna da dove tutto è partito, col proprio bagaglio di esperienze e disillusioni, quanto sono ancora simili a noi i ricordi che ci legano ai luoghi d’infanzia?

Tra vecchi amici e nuove realtà, tra amori sospesi e discorsi in attesa che il bicchiere venga ancora riempito, Radio Ombra è la storia di Daniele, certo, ma è anche quella di un dj notturno che sembra intercettare alla perfezione ogni nostro pensiero.

Radio Ombra sei tu quando guardi il tuo paese dalla finestra e ti accorgi che nel tempo a cambiare è stata soltanto la forma.

«La malinconia qualcuno se la porta addosso come un profumo, qualcun altro si porta addosso la puzza delle proprie convinzioni.»

 

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Proprio al centro del paese, poco distante dagli altri, c’è un edificio di sei piani che oscura la vista della spiaggia. Passando nelle vicinanze si può sentire il rumore del mare, il suo rimbombo nelle sere di vento, la brezza intrisa di cemento e muffa. È un edificio vecchio e scolorito, circondato da ringhiere arrugginite e da un oceano di finestre insolitamente aperte anche d’inverno. Sui davanzali dei piani bassi panni stesi ad asciugare anche durante i giorni di pioggia, nessun fiore, nessuna grazia, solo l’esigenza di oltrepassare quelle bocche aperte e voraci e volgere lo sguardo a cercare le montagne lontane e grigie, incagliate come perle nel mare incolore.

Nelle sere dei tramonti, la fantasia di Daniele lo immaginava un animale indolente che, spalle rivolte al mare, facesse ritorno alla sua tana di silenzio. Ogni tanto, specialmente d’inverno, quando tornava a casa percorrendo la stretta stradina di acciottolato, Daniele si imbatteva in qualche anziano che si poneva al riparo dalla tramontana, spalle alla porta, o qualche ragazzino sorpreso nel suo gioco che entrava di corsa in un portone a riprendere fiato. Quelle immagini gli comunicavano il senso di una pace dolorosa che lo affrancava dalla noia rendendola meno torbida, abbordabile, quasi piacevole. Ai lati le grandi distese di ulivi esibivano a tratti un verde ancora riluttante allo spettro della speculazione e di notte, quando cadeva la pioggia e diventava nero, si trasformavano in acquitrini rumorosi di gracidante coralità.

Il paese era grigio nelle strade, chiaro nelle abitazioni, silenzioso di quel buco che uccide prima col suo vuoto poi con le parole. Daniele sapeva che nascere al mare vuol dire nascere scalzo e di questa nudità si era servito fino a quando aveva scoperto l’indifferenza. La stessa che lo aveva spinto lontano. Col tempo gli anni lo avevano riconciliato con se stesso e attraverso una strana forma di dolcezza indotto a condannarsi meno duramente. Aveva capito che bisogna che il tempo torni per fornire una possibilità di ricordare com’era quando aveva creduto di sprecarlo.

Di notte i pensieri diventavano di sangue e ossa, non dormiva. Usciva in strada a guardare le case, quelle case che gli erano mancate dileguandosi nei vicoli della memoria. “Dopo venti anni di lontananza, non è più un paese ma solo un insieme di case. Abbiamo modificato il nostro rapporto con le abitudini, le tradizioni, le favole, le parole e i sospiri… Tutti abbiamo una casa ma abbiamo perso un paese.”

Certe sere d’inverno tutto sembrava più piccolo, più raccolto, più fragile: i colori, i suoni, anche i silenzi sembravano più corti. Tutto era assente e nello stesso tempo crudele. Di giorno un sorriso o un cenno erano in grado di scacciare l’idea del suicidio così come un saluto mancato avvicinava lo spettro della morte, di notte invece capitava di pensare “ecco, un altro giorno inutile ho perdonato”, e dentro la notte, Daniele già si sentiva recluso nella miseria di un domani non diverso dal nulla appena vissuto.

Si svegliava di buon’ora per abitudine e prendeva la strada del bar avvolto da una lanugine biancastra anch’essa da poco sveglia. Aveva piacere del freddo e dell’abitudine di guardare sulla spiaggia nuda i mulinelli del vento di scirocco che faceva turbinare foglie insieme alla sporcizia alzando tumuli di sabbia. Dopo quel battesimo con la natura che benediceva senza alcuna felicità entrava nel bar, ordinava un caffè o un latte e caffè insieme a Sergio, il suo amico avvocato, intrattenendosi a parlare del tempo o dell’estate che doveva arrivare.

«Accompagnami fino allo studio» chiedeva Sergio e lui assentiva piegando il capo e sorridendo.

«E allora? Come ti trovi nel tuo vecchio paese, è stato più traumatico del previsto il tuo ritorno?»

«Ogni ritorno è traumatico.»

«Sempre ermetico» rideva Sergio. «E Irene l’hai rivista?» indagava l’amico, sornione.

«Non fisicamente.»

«Non ti capisco, come sempre. Non sei affatto cambiato.»

«Hai ragione, buon lavoro avvocato.»

«Sai, notavo come spesso le conversazioni o gli scambi di idee più interessanti o forse semplicemente più profondi avvengono all’alba» gli disse una volta Sergio.

«Forse la mente dello stolto prende sonno mentre quella del pensante si sveglia.» rispose sorridendo Daniele.

Spesso si lasciavano stringendosi la mano e dandosi appuntamento al prossimo caffè.

I giorni d’inverno erano bianchi e piovosi. Verso le cinque del pomeriggio dal mare rigido già saliva una spuma che lustrava le prime stelle: capiva Daniele che un nuovo inevitabile congedo stava per compiersi. In quei momenti si persuadeva che nei posti così, per quanto vivi non si è mai interamente presenti: ogni singolo elemento, il mare, il silenzio, il cielo o la collina poco distante, per essere veramente reali devono celebrare o subire la sacralità della rappresentazione collettiva. Proprio come una nenia, ogni parola ripetuta all’infinito acquista potenza rivelatrice e forza pervasiva e alla fine, anche slegata dalle altre, masticata e insulsa, comunica la sua intenzione benefica e salvifica. Il paese allora diventava una preghiera, un canto orfico che attraverso cunicoli di pioggia torrenziale portava alla lucida scoperta del mare nel quale riversa la sua assoluzione.

Di sera Daniele passava in osteria ove incontrava Sergio e Davide, aspirante scrittore maudit. Vi arrivava attraversando il centro del paese tra asfalto e temporali, pochi alle finestre, nessuno o quasi per strada, sporadiche presenze avvolte negli scialli già aderenti agli zigomi freddi di tramontana, fugaci fantasmi privi di fantasia, recintati dai muri senza parole adatte a sfuggirla. Si sentiva invadere, in quei momenti, da una pericolosa sovrapposizione di immagini che lo collocava in posti meravigliosi o gli faceva percepire come meraviglioso quello in cui era. Erano i momenti in cui intuiva che la vita esiste e serve a farne qualcosa. C’era una volontà di abbandono, di non chiedere e non chiedersi, un assoluto disimpegno verso se stesso che lo rendeva umile e disponibile con chiunque fosse in grado di condividere con lui uno sguardo. In quei momenti percepiva tutta la sua estraneità al mondo che si addolciva in una specie di viltà nata da una ignota nostalgia, rendendolo tanto sensibile da avvertire l’odore straziante e il lamento delle rose mortificate dalla pioggia.

Aveva conosciuto la montagna e i suoi silenzi. I lunghi giorni incolori ove tutto si scolpiva nel lucore insensato di un mondo da immaginare, coperto com’era da quella coltre di impenetrabile mancanza. Alla neve aveva da sempre preferito la pioggia: lo faceva sentire meno vecchio, una persona proveniente da un mondo antico ma proiettata in un futuro incerto, esposto e risoluto. Spesso quando era in montagna, prima di essere completamente sveglio, Daniele indovinava nelle penombre il giorno o le ore. Dal quadro intatto della sua stanza il fruscio del vento o il ticchettio della pioggia gli sussurravano che i colori ancora una volta doveva trovarli dentro di sé. Ritrovava al risveglio, attraverso la disposizione delle cose, il piacere di essere a poco a poco presente a se stesso come se fosse egli stesso cosa. Allora, in quel viaggiare controvento ove tutto sembrava compiersi semplicemente nell’immobilità, percepiva quel momento nella sua sacralità e quanto quel silenzio popolasse la solitudine. Lì, in quelle montagne che negavano l’azzurro del suo mare e la parola dell’onda, una volta solo, aveva deciso di seppellirsi nella sua tana ingoiando alcool e medicinali, lo sguardo fermo alla fissità delle vette mute e solenni. Soffocato dal silenzio era stato salvato da una voce proveniente da chissà quale mondo, chissà quale dolore rivelato da una gola narrante. Eppure quella voce che proveniva da una radio accesa come in un ultimo tentativo di sfuggire alla morsa della depressione aveva spesso spezzato quell’inerzia e, soggiornando in quella stanza grigia, l’aveva liberata dal freddo e dall’odore di tabacco e cenere, aveva cambiato lenzuola sporche di giorni, pulito vetri intrisi di inverno e allontanato il pensiero della morte. Anche lì, dove aveva sperato in una vita felice, si era dovuto arrendere a se stesso e alle rinunce che giorno dopo giorno si era imposto. Anche lì come nel paese che aveva lasciato di notte come un fuggiasco per condividere una inaspettata folata di vita aveva ritrovato la sua nemesi. Elena, sua moglie, esausta e sfinita aveva rischiato di impazzire trafitta dai suoi silenzi e da una sorta di inerzia nella quale la monotonia la aveva risucchiata. Le ore e i giorni avevano cominciato a trascorrere come nenia stonata tra l’asfissia della parola e lui non si era mai opposto al decorso sfibrante di questa mancanza che lacerava lentamente due vite in bilico, non aveva mai tentato, osato, sperato, provato. Un senso di vuoto perenne che rendeva disadorno il suo slancio, inutile ogni forma di struggimento, vano ogni tentativo di modifica lo aveva intrappolato in una rete fitta di diniego e rassegnazione tanto da renderlo inerte, già vinto, abbandonato ad una sorte segnata dalla mancanza di energia.

Un giorno si era svegliato e guardando dalla finestra aveva scorto solo le tracce lasciate dagli pneumatici dell’auto sulla ghiaia: Elena era andata via, senza una parola, così come si era abituata a viverle accanto. Era tornato per giorni alla finestra, lo sguardo fisso su quella mancanza, poi, quando aveva realizzato che quello spazio sarebbe rimasto vuoto lo aveva ignorato e lasciato vagare sulle vette innevate, sui grandi precipizi di roccia a strapiombo sulla sua confusione e sul suo senso di colpa.

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