Memorie sommerse

16,00 

di Deborah Boscolo

 

Nella quiete di una storica villa tra le colline torinesi, Elisabetta si risveglia da un coma durato nove mesi, senza alcun ricordo della sua vita precedente. Mentre tenta di ricostruire il suo passato è tormentata da inquietanti visioni e percepisce una presenza misteriosa. ­­­È il suo subconscio che cerca di comunicarle qualcosa o è solo un frutto della sua mente sconvolta dal trauma?

 

In questo thriller oscuro, le vite di vittime e carnefici si intrecciano in un racconto dove il male si mescola con l’ignoto.

Ascoltando le parole non dette e seguendo tracce invisibili, l’ispettrice di polizia Azzurra Borghi riuscirà a salvare la vita di nuove potenziali giovani vittime?

Protagonista indiscussa e tormentata, Azzurra è un personaggio complesso e acuto, fragile e caparbia al contempo, perspicace e risoluta, che combatte quotidianamente contro il suo disturbo ossessivo compulsivo mentre cerca la verità.

 

La penna di Boscolo è poliedrica, capace di emozionare e scatenare una profonda inquietudine, ricordando a tratti quella di grandi maestri come Poe e King.

 

Un thriller, avvincente e ricco di colpi di scena, ambientato in una Torino più che mai magica e misteriosa, dove quattro vite si intrecciano fino a cancellare il confine che le divide.

Disponibilità: 188 disponibili

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Se n’era andato davvero.

Lei in piedi, con le mani legate dietro la schiena, non riusciva a credere che l’avesse abbandonata in quelle condizioni e non aveva idea di quando sarebbe tornato. I suoi polsi, stretti nella morsa di una fascetta di plastica, parevano trafitti da spilli e le punte delle dita avevano ormai perso quasi del tutto la sensibilità.

Aveva sete, tantissima sete, e forti fitte avevano iniziato a torturarle il ventre, forse a causa della posizione in cui l’aveva lasciata.

Erano passate già parecchie ore da quando il suo carceriere si era lasciato la porta alle spalle, anche se da quando viveva relegata in quel buco, privato quasi totalmente della luce solare, le era diventato praticamente impossibile stare dietro lo scorrere del tempo. La stanza in cui giaceva ormai da settimane, infatti, era senza finestre, e l’unico spiraglio, da cui perveniva una labile lama di luce al mattino, consisteva in una feritoia posta in alto, nel muro alle sue spalle. E così, ogni giorno era ormai la copia di quello precedente, un incubo che si ripeteva all’infinito. Le uniche cose che potevano fare la differenza erano le sevizie che le infliggeva e la quantità di viveri che le lasciava.

Raramente capitava che fosse generoso con il cibo e il più delle volte le faceva patire la fame.

Ma questa volta si era comportato diversamente.

Non aveva infierito su nessuna parte del suo corpo e non le si era neanche avvicinato. Si era limitato a guardarla, mentre la corda che aveva al collo, si riavvolgeva intorno a un marchingegno appeso al soffitto, costringendola ad alzarsi per non rimanere soffocata.

Il macchinario era stato bloccato proprio all’ultimo e lei era rimasta sulle punte dei piedi con la faccia rivolta al soffitto.

Era poi uscito, senza dirle una parola.

Inizialmente,  aveva pensato che sarebbe tornato di lì a poco, ma con lo scorrere dei minuti, una parte di lei aveva capito che con tutta probabilità, non lo avrebbe più rivisto fino al giorno dopo.

Ma quante possibilità aveva di arrivare viva all’indomani? Si era domandata in preda alla disperazione.

Aveva pianto e si era pisciata addosso. Aveva urlato con quel po’ di fiato che riusciva ad espellere in quella posizione, ma poi si era resa conto che sarebbe stato soltanto un inutile spreco di energie e che nessuno l’avrebbe sentita e, così, si era chiusa in un disperato mutismo interrotto solamente da qualche piagnucolio.

Da un paio d’ore, aveva iniziato a spostare il peso da un piede all’altro, in modo da alternare la pressione sui metatarsi e dare un po’ di sollievo alle sue povere ossa. All’inizio, la cosa le era parsa una buona soluzione ma col passare del tempo, anche questo escamotage si era rivelato inutile.

Un crampo improvviso le morse un polpaccio, costringendola a sollevare completamente il piede da terra. Urlò a causa del dolore e iniziò a saltellare sull’unico punto di appoggio che le era rimasto, perché non riusciva più a tenerci costantemente il peso sopra.

Fu un istante, quasi non se ne accorse.

Scivolò sull’urina che si era depositata per terra e perse l’appoggio.

Sentì la fredda pietra del pavimento, mancarle sotto i piedi e la corda stringersi intorno al collo. L’aria smise di arrivare ai polmoni e ogni sforzo che fece per tentare di ritrovare la posizione, risultò inutile.

Poi, per un istante, le dita del piede destro ritrovarono un appoggio. Tentò di approfittare di quella inaspettata fortuna, ma slittò nuovamente sulla superficie viscida e perse completamente il controllo delle gambe.

Scalciò con le ultime forze che le erano rimaste, poi la stanza divenne improvvisamente buia, le membra smisero di farle male e finalmente trovò la pace.

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