Il venditore di mimose

15,00 

di Candido Bottin

 

Mario e Marco hanno meno di dieci anni di differenza, ma appartengono a due generazioni profondamente diverse, e altrettanto lontane sono le loro esperienze personali.
Da una parte gli anni ’70 e la scelta forte e dolorosa della lotta armata, dall’altra il disimpegno del decennio successivo.
Saranno la spiaggia e il mare di Lavola a farli conoscere e a mettere a confronto le loro esperienze giovanili con le riflessioni degli anni più maturi. Ne nascerà una profonda amicizia, che libererà il primo da un tormento nascosto per oltre quarant’anni.
In un crescendo di emozioni e di segreti svelati, “Il venditore di mimose” è un romanzo di formazione che ci offre un’occasione per interrogarci: cosa sappiamo degli “anni di piombo “ della nostra storia? E dei loro protagonisti? E di tutto questo cosa è rimasto nella memoria collettiva e individuale?

 

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Ecco un’anteprima del romanzo
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La corsa pomeridiana della Stat era prevista in arrivo esattamente per le 17,15. Anticipato dal ruggito del motore, l’autobus arrancava su per l’ultimo tratto di salita, per arrestarsi infine davanti alla pensilina, non prima di aver compiuto un ampio giro della piazza.

Seduto a un tavolino dell’unico bar del paese, come ogni giorno osservavo l’autista aprire la porta della corriera, dalla quale, dopo alcuni secondi, scendevano i passeggeri.

C’erano le solite cinque o sei persone che rientravano a casa a conclusione della loro giornata. Il primo era uno studente con le cuffie in testa e lo zaino dei libri buttato sulla spalla. Aveva l’aria tra lo scocciato e lo stanchissimo, di chi sa che, pur essendo già tardi, dovrà ancora dedicarsi ai compiti per domani.

Poi una donna sulla quarantina, piuttosto corpulenta, con i capelli scomposti che sfuggivano da una fascia rosa che non riusciva a trattenerli. Portava in mano una grossa sporta con il marchio di un noto supermercato.

Il terzo e il quarto passeggero erano un fanciullo e una ragazza, che poteva essere la madre, oppure la baby-sitter, con un borsone di tela dalla quale spuntava l’armamentario da palestra.

Quel pomeriggio, l’ultimo a discendere i due gradini dell’autobus, fu una faccia nuova. Un uomo decisamente più anziano degli altri, che mostrava avere una settantina d’anni; indossava pantaloni verde scuro e una giacca sahariana, con grossi tasconi in rilievo. Aveva i capelli bianchi, ma ancora folti e la pelle abbronzata e asciutta. Al guinzaglio teneva una meticcetta dal pelo marrone e l’aria vispa.

Lo studiai incuriosito. Il forestiero si guardava intorno con fare attento. Osservava con attenzione le case e le persone, mostrando con evidenza di conoscere già il posto.

Mario, questo il suo nome, che io ancora non conoscevo, senza esitare troppo e seguito come un’ombra dalla cagnolina, si avviò deciso verso l’altro lato della piazza, costeggiando il filare di tigli che facevano corona al pavé e qui imboccò la prima strada, dove al numero 4 si trovava quella che era la sua destinazione: il Residence Hotel Borgoverde.

 

Questo modesto albergo, uno degli unici due di tutto il paese, se si escludono tre o quattro affittacamere, sino a dieci anni prima si chiamava più semplicemente Pensione Graziella, ma nella speranza di riqualificarsi in un momento di crisi, i proprietari avevano abbandonato la vecchia denominazione ritenendola ormai desueta.

Per Mario, solo il nome rappresentava una novità, siccome non era la prima volta che alloggiava in questa struttura. Entrando riscontrò con interesse che l’arredo era stato rinnovato di recente. Dietro il piccolo bancone della reception saltellava una ragazza bionda, di circa trent’anni, con i capelli raccolti a coda di cavallo. Mario scrutò immediatamente il seno prosperoso e il sedere tondo. Anche alla sua età una bella ragazza non passava inosservata.

«Buongiorno signorina, ho prenotato una stanza alcuni giorni fa» disse porgendo il suo documento.

La ragazza lo fissò per un attimo come per studiarlo. «Sì, controllo subito» sorrise, scorrendo l’agenda sul computer. «Ecco, le abbiamo assegnato la camera numero quattro. La accompagno» e senza dire altro, si avviò verso la scala.

«Al secondo piano giusto?» domandò lui.

«Esatto» rispose lei.

Al telefono Mario si era raccomandato di avere precisamente la camera numero quattro al secondo piano: «Vede, sono venuto da voi tempo fa, è un ricordo, ma se non è possibile…» aveva detto alla persona che gli aveva risposto.

La ragazza aveva aperto la porta consegnandogli la chiave, poi se n’era tornata indietro a passo svelto. Mario esitò un istante e quindi si affacciò all’interno. Peggy, la cagnolina, l’aveva già preceduto e stava annusando accuratamente il nuovo ambiente. Della vecchia camera numero quattro erano rimasti solo i muri, mentre tutto il resto era cambiato: non c’era più il letto alto con le testiere in ferro battuto, ma un moderno letto lineare in stile ‘grande magazzino del mobile’, così come l’armadio in pioppo demodé aveva lasciato posto ad un nuovo mobile in truciolare impiallacciato simil frassino. La carta da parati consunta era stata sostituita da una decorazione color pesca e persino la finestra in legno, adesso era diventata di bianca plastica con i vetri spessi. Chissà perché gli ricordavano gli occhiali di un vecchio amico mezzo accecato che aveva queste lenti molto pesanti. Però si era perso l’odore. Quel vecchio odore di legno del mobilio d’epoca, che adesso non si sentiva più da nessuna parte e poi le coperte di lana messe a riposo nell’armadio e anche le tende inamidate che pendevano leggere dalle finestre.

«Già, tutto nuovo, perché adesso sei un residence hotel» bisbigliò Mario ridendo «non più la vecchia cara pensione Graziella.»

Si buttò sul letto a fissare il soffitto.

Pensava alla prima volta che ci era venuto, da bambino con la mamma.

E poi a quando era ritornato più di dieci anni dopo, con il mondo tutto cambiato e per scappare da Torino.

Improvvisamente il caratteristico squillo di una notifica sul cellulare, lo distrasse da quei pensieri. Era un messaggio su facebook.

«Sempre lui». L’ennesimo post di Erik.

Ne pubblicava non meno di sei o sette al giorno. Questa volta si occupava di musica, citando un disco di Solomon Burke.

Pensò che Erik in cinquanta anni non era per niente cambiato. «Sei rimasto la stessa testa di cazzo!» disse tra sé. E proprio a causa sua e degli altri compagni, Mario aveva deciso di scendere in Liguria questa volta. Non comprendeva la loro voglia di protagonismo, il desiderio impellente di non dimenticare il passato, di non sotterrarlo sotto metri di rimorsi e di vergogna, come per anni aveva provato a fare lui.

Cominciarono ad affollarsi alla mente ricordi su ricordi, la lunga sequela degli anni passati gli scorreva veloce nella mente. Sin da quando era bambino aveva avuto un modo strano di visualizzare il susseguirsi degli anni e dei decenni. Gli si parava alla mente una sequenza simile a un filamento di Dna, dove stavano attaccati tutti gli anni trascorsi sino ad oggi e lui non doveva fare altro che lasciare scorrere questo filamento avanti e indietro, per visualizzare esattamente l’anno voluto e tutto ciò che in quello stesso anno era accaduto. Poteva andare indietro all’infinito, sino al medioevo o al tempo degli antichi Romani. Questo sistema, o capacità, se vogliamo, gli aveva permesso negli anni di scuola, di ricordare perfettamente la storia e di non avere mai fatto alcuna fatica a studiare questa materia.

Adesso, tuttavia, non pensava agli antichi Romani, bensì agli anni della sua vita e alle volte precedenti in cui era venuto alla pensione Graziella.

Trascorse più di un’ora sul letto a riflettere, Peggy gli stava vicino, come al solito.

Non si separava mai dalla sua cagnolina. Mario amava moltissimo i cani; ad un certo punto della sua vita aveva realizzato che gli animali sono infinitamente meglio degli uomini, perché sono fedeli, non ci tradiscono mai e non chiedono null’altro che di avere la nostra attenzione e di poter stare con noi. Peggy l’aveva presa un giorno che era andato al canile e questa cucciolotta gli era saltata subito in braccio, da allora aveva riversato tutto l’affetto possibile nei suoi confronti e non se ne separava per nessuna ragione.

Con uno sforzo si alzò, fece una doccia e si apprestò a scendere di sotto per la cena.

 

L’hotel aveva una sala interna e una veranda nel cortile posteriore, dove una vite e un glicine facevano a gara per conquistarsi quanto più spazio possibile. Benché fosse fine febbraio, la temperatura era piacevole. Mario aveva deciso di cenare nella veranda.

Anche io stavo mangiando lì, insieme ad un’amica. Siccome il residence Borgoverde era anche l’unica trattoria decente del paese era facile ritrovarci le solite facce, persone che si conoscevano quasi tutte e quando capitava qualche raro forestiero come Mario, finiva per attirare l’attenzione di tutti i commensali.

La cameriera della trattoria era la medesima ragazza della reception, in quanto, anche se modernizzata nel nome, la struttura era sempre a conduzione famigliare.

«Cosa le porto?» gli stava domandando. «Abbiamo trofie al pesto, lasagne o penne al sugo. Per secondo, invece polpettone con patate o baccalà alla marinara.»

«Siamo in Liguria, vuole che non prenda le trofie al pesto?» disse Mario. «Lo preparate voi, suppongo.»

«Purtroppo no, ma ce lo porta una gastronomia del posto» rispose lei.

Mario non parve troppo soddisfatto dalla risposta, tuttavia confermò che le trofie sarebbero andate bene. In effetti il pesto era ottimo e mangiò di buon gusto, come non faceva da tanto tempo. Come secondo optò per il baccalà che trovò anch’esso decisamente goloso.

«La cucina non ha perso qualità» pensò, tornando con la mente alle cene degli anni passati alla pensione Graziella. Anzi, con il tempo era migliorata la varietà delle proposte, con una maggiore attenzione alla preparazione, mentre un tempo, in effetti, si badava principalmente all’abbondanza dei piatti e sul servizio non si andava tanto per il sottile.

Io e Milena stavamo mangiando molto più banali penne al sugo e pensammo che forse avremmo potuto ordinare pure noi le trofie, o magari, la prossima volta, spostarci in città anche per cambiare un po’ aria.

Mario aveva terminato la cena con il caffè, poi se n’era uscito, avviandosi verso la piazza. I tigli, scossi leggermente dalla brezza marina, spargevano nell’aria il loro profumo dolciastro e invadente, che si mescolava a quello dei limoni che si trovavano sotto la balconata verso la spiaggia. Mentre ammirava il riflesso della Luna specchiarsi sulla superficie scura del mare, gli venne in mente Nadia.

Era il 1975, si erano rifugiati in paese per allontanarsi qualche tempo da Torino e proprio sotto quei tigli si erano baciati per la prima volta. Era, quello, un periodo molto caldo, ma non per questioni climatiche. Con i compagni avevano deciso di stare calmi per un po’, per evitare problemi con Polizia e Carabinieri che si erano fatti decisamente pressanti nei controlli, tanto che era diventato impossibile muoversi in città. Nadia lo aveva immediatamente seguito: non stavano insieme a Torino, erano solo compagni, fra i tanti ragazzi del movimento, ma già da qualche tempo tra di loro era scattata una specie di scintilla. Non perdevano occasione di guardarsi, di parlarsi, di sfiorarsi con le mani. Ma ancora non si erano baciati e quella sera, complici i tigli, la Luna e il profumo del mare, avevano superato anche l’ultimo ostacolo.

Chissà dove viveva adesso. Si erano incontrati ancora qualche rara volta negli anni, ma poi ne aveva perso definitivamente le tracce, a differenza di altri ex compagni che, invece, erano ritornati ad apparire nella sua vita, soprattutto di recente, attraverso internet e i social. L’aveva pure cercata, ma Nadia non possedeva alcun profilo, magari non abitava neppure più in Italia.

Rientrò, non senza essersi lasciato tentare ancora una volta dal controllare il telefono. Andrea si era lanciato in un commento sulla gestione degli sbarchi dei clandestini. Erik aveva ribattuto che ai loro tempi ci sarebbero stati cortei in tutta Italia per protestare, ma ormai nessuno andava ancora in piazza e solo qualche vecchio irriducibile si prendeva la briga di esprimere un dissenso che cogliesse a fondo l’essenza del problema e non per semplice polemica politica. Chiuse il cellulare, senza badare agli altri messaggi.

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