Briciole …di pane …di vita

15,00 

di Gabriella Galvagno

Per oggi… concentrati sull’amore!

Briciola è una persona, una tra tante, in pratica nessuno ma pur sempre Qualcuno.

Una serie di racconti che narrano briciole di vita, racconti per riflettere sulle bellezze del mondo e per alleggerirci un poco da ciò che portiamo sulle spalle, per cancellare per qualche minuto, con un colpo di spugna, la lavagna che abbiamo sempre con noi, fitta di impegni, informazioni, preoccupazioni… e, una volta bianca, prenderci il tempo di rilassarci, sognare, pensare con calma all’importanza delle piccole grandi cose e provare a far sul serio “la differenza che ci fa sentire meglio”.

Parte dei proventi della vendita del libro è destinata alla “Scuolina Santa Teresina di Paolo” a Cicero Dantas, Bahia, in Brasile, per donare ai bambini più bisognosi la possibilità di un’istruzione, la speranza per un futuro migliore e… un pasto al giorno: l’unico!

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Le copie vendute sono già più di 1000, il libro è di nuovo in ristampa e sono stati devoluti in beneficenza 10.103 euro!

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Ecco un’anteprima del romanzo
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Briciole di pane

 

Ciao, oggi Briciola ha trascorso la notte dai nonni, è sempre una gran festa dormire da loro.

Il letto è comodo e caldo, ha ancora un materasso di pura lana che prende la forma del corpo, al di sotto infatti c’è un asse di legno che impedisce alla schiena di inarcarsi troppo. Ogni mattina nonna rifà il letto, mette sul balcone le lenzuola a prendere aria e, con il battipanni, ridà al materasso la forma corretta per poi sistemare tutto senza neanche una grinza.

 

 

Appena alzato mi ritrovo già la colazione pronta sul tavolo, molto abbondante per la grande generosità della nonna e per il suo timore di non offrirmi sufficienti energie per affrontare la giornata. Una tazzona di caffelatte e due panini enormi ai gusti che sa che preferisco: marmellata di fichi e conserva alle erbette con olio extravergine d’oliva, entrambe rigorosamente fatte in casa.

Due succulenti panini con un sapore indescrivibile, il cui ricordo rimarrà per tutta la vita.

Nonna, a tutti i nipoti, prepara sempre dei super panini per avere la certezza che siano sazi e che non patiscano la fame, perché lei e il nonno ricordano bene cosa vuol dire desiderare un tozzo di pane.

Amo farmi raccontare da nonna la storia di quando era bambina, non per far riemergere in lei brutti ricordi ma per capire, non dimenticare e cercare di dare il giusto valore a tutto ciò che, in queste ultime generazioni, si ha in così grande abbondanza da avere il coraggio di sprecare con nonchalance, senza battere ciglio né, tanto meno, avere il benché minimo senso di colpa.

Nonna, all’età di otto anni, dovette andare a lavorare “sotto padrone” in cambio di vitto, alloggio e una esigua paghetta; lavorava duramente per ore mentre i figli dei padroni, che avevano pressappoco la sua età, giocavano allegramente. Nonostante la nonna fosse così giovane, la padrona era molto esigente e controllava ogni cosa; dopo averle ordinato di togliere la polvere in ogni dove, passava il dito un po’ ovunque per scorgere se ci fosse ancora qualche granello. Se riusciva nella meticolosa impresa, le faceva ricominciare il lavoro da capo aggiungendo alla fine ulteriori mansioni. Una volta, alla nonna capitò di rompere un piatto, uno degli innumerevoli che formavano vere e proprie montagne da lavare ogni giorno. Subito le venne rigorosamente scalato dalla già esigua paghetta che, quel mese, si ridusse a zero; così fu per ogni errore commesso da una semplice bambina che lavorava come e più di un adulto.

Ma ciò che davvero le devastava il cuore erano i maltrattamenti subiti.

I figli dei padroni godevano del loro ruolo e sapevano bene di poter dire e fare scherzi di ogni tipo senza subire alcuna punizione. Così si divertivano con le prese in giro, sporcavano dove era appena stato pulito e, oserei definirlo l’atto più meschino, le sputavano nel piatto mentre mangiava.

L’alternativa però era di lasciare il lavoro e tornare a casa dove sarebbe stata un peso, una bocca in più da sfamare, non potendo più contribuire, con qualche piccolo soldino, alle spese di famiglia.

L’immagine che lei è solita descrivere e che ho tentato più volte di visualizzare è quella dell’armadietto della cucina chiuso a chiave, dal quale fuoriusciva il profumo del pane.

Già, proprio così, il profumo del pane che non poteva raggiungere.

 

A lei spettava un vitto molto rigoroso, che consisteva in un semplice piatto di minestra, a pranzo e a cena; i padroncini invece a merenda, che per i bambini è il pasto più atteso, mangiavano del buon pane appena sfornato e farcito di succulenti leccornie. La nonna, dopo aver tanto lavorato, aveva una gran fame e si sarebbe accontentata anche soltanto di un pezzo di pane asciutto per mettere a tacere il brontolio dello stomaco e riprendere un po’ di energia per le restanti ore di lavoro. Invece assisteva prima alla merenda dei padroncini senza poter toccare nulla e dopo osservava la loro mamma che richiudeva tutto sotto chiave in un armadietto, con lo scopo di avere la certezza che la sua lavoratrice non prendesse neanche una briciola.

È difficile per chiunque soffrire la fame, immaginiamo per una bambina di otto anni che deve accettare la differenza tra lei e i suoi coetanei benestanti, che possono giocare ma, soprattutto, mangiare ogni volta che ne hanno voglia.

Il profumo che usciva da quell’armadietto chiuso e le briciole fatte sparire dal tavolo prima che lei potesse anche solo toccarne una, resero il pane sacro, per lei e, grazie al suo insegnamento, per tutta la nostra famiglia.

Ecco spiegato il motivo di quegli enormi panini che ci offre quando andiamo a trovarla a costo di rimanere senza sia lei che il nonno per la cena; per non farci mancare nulla, per non farci neanche lontanamente patire quello che ha patito lei da bambina ma con l’insegnamento che del pane non si avanza neanche una briciola; sarebbe grave farlo!

Gli avanzi del pane della settimana vengono tutti utilizzati; alcuni pezzi nonna li mette a seccare nel forno della stufa poi, fatti raffreddare su un panno pulito, li schiaccia con il pesta carne e da ultimo, con il mattarello, li rende finissimi e adatti per impanare.

In alternativa prepara una meravigliosa zuppa, semplice e nutriente. Per farla si taglia il pane avanzato in tocchetti irregolari, se fosse ormai troppo duro lo si può ammollare nell’acqua in modo che dopo sia più semplice da spezzettare; poi in una pentola si prepara un soffritto come per fare il risotto tritando carota, cipolla, rosmarino e, se ce l’hai in casa, un po’ di sedano; si aggiunge quindi il sugo di pomodoro (se non si ha la conserva già ricca di verdure ed erbe aromatiche come quella che fa la nonna), i pezzi di pane, del brodo già salato (se non hai il brodo metti acqua e dado granulare). A fine cottura, che deve essere molto breve perché il pane è già un alimento cotto, si arricchisce a piacere con formaggio, prezzemolo o basilico fresco e olio extravergine a crudo. Un primo piatto degno di essere assaggiato.

Mia mamma prepara anche un dolce con gli avanzi di pane. In un recipiente di vetro mette i pezzi di pane ammollati a lungo nel latte in modo che esso venga tutto assorbito; in un altro contenitore sbatte cinque uova, aggiunge un cucchiaio di farina, due di cioccolato amaro in polvere e otto di zucchero belli colmi. Mescola il tutto, unisce al pane ammorbidito dal latte e, in una padella con un po’ d’olio o di burro, fa una grande frittata dolce, ottima.

Non devo dimenticare i crostini da mettere nella minestra fatti semplicemente con

bocconi di pane avanzato passato in padella con un po’ di burro o le polpettine di carne fatte con il pane vecchio ammollato nel latte.

Insomma se anche per te il pane rappresenta il cibo per eccellenza e credi all’importanza del non sprecarlo, potrai sbizzarrirti in molti modi per riutilizzarlo al meglio così come mia nonna ha insegnato a tutta la famiglia.

 

Ho ancora un’immagine, sempre ben presente nella mia mente, che vorrei condividere: l’immagine delle briciole che rimangono sull’asse di legno dopo aver affettato il pane. Nonna le raccoglie con la mano e le mangia, nonno le raccoglie con la mano e le mangia, nei pranzi di famiglia mio padre o mio zio, che normalmente sono gli addetti ad affettare la micca, le raccolgono e le mangiano, già perché anche se la tavola è imbandita di cibo genuino, prezioso e cucinato al meglio… si mangiano anche le briciole di pane.

Io, Briciola, so che nelle scuole, nei ristoranti, nelle nostre case si è soliti sprecare il cibo, assaggiare e poi buttare, ordinare il doppio di quel che si mangerà, chiedere il bis e lasciarlo nel piatto. Eppure siamo consapevoli che i bimbi di tre anni non mangeranno neanche la metà delle pietanze che gli verranno proposte, e interi pentoloni e teglie rientreranno in cucina così come sono usciti; che i ragazzi prima o durante la scuola talvolta si strafogano di pizzette, focacce o merendine per poi consumare solo in minima parte il pasto della mensa che verrà buttato via; essere consapevoli è triste, molto triste.

Eppure con una buona organizzazione si potrebbero recuperare pasti sufficienti per sfamare ogni giorno i bisognosi del proprio paese… ma questa rimane ancora un’utopia.

Pensare che ogni bambino cresca con l’insegnamento che il profumo del pane non esce da un armadietto chiuso a chiave ma è il risultato di un duro lavoro e che per questo si deve ringraziare ogni giorno… rimane ancora un sogno.

Ma se non abbiamo il potere di far grandi cose, possiamo almeno a casa nostra mangiare anche le briciole e sprecare il meno possibile.

Non bisogna ritenere prezioso solo ciò che è raro e trattare in maniera indifferente ciò di cui abbiamo in abbondanza; dobbiamo ricordarci che il cibo è vita per ognuno di noi e bisogna essere riconoscenti di averlo a disposizione.

 

 

E tu? Hai un forte rispetto per il pane e il cibo in generale?

Ricordati che, se non puoi salvare ed educare il mondo, puoi sicuramente dare il tuo

contributo attorno a te con tozzi di saggezza e briciole di buon esempio.

 

 

 

 

L’albero

 

Ciao, oggi Briciola ha preso la scatola dei colori, una matita semplice, un grande foglio bianco e ha adagiato il tutto sul tavolo della cucina.

Guardando fuori dalla finestra in cerca di ispirazione, i suoi occhi si sono fermati ad osservare un albero, così ha cominciato a disegnare.

 

 

No, non ne ho disegnato soltanto uno: ne ho scelti cinque! Vuoi sapere perché?

Il primo in alto a sinistra si presentava un po’ spoglio con foglie gialle, rosse, verdi, arancioni e marroni. Le radici erano ricoperte da foglie secche che il vento, giorno dopo giorno, aveva aiutato a cadere e il cielo sopra di lui, coperto di nubi, faceva scendere una pioggerella lenta e   continua.

L’albero dell’autunno.

A me non piace affatto l’autunno; mesi tristi in cui le giornate si accorciano, comincia a far freddo, la natura si addormenta, la pioggia mi riempie di malinconia.

Spero solo che passi in fretta.

In alto a destra un albero con rami nudi e senza colori, spento, gelato, ornato solo da alcuni candelotti di ghiaccio che pendono appuntiti. Sul terreno un manto di neve bianca, in alto un cielo buio.

L’albero dell’inverno.

A me, Briciola, l’inverno non piace; mesi con giornate cortissime, il sole che cala alle quattro e mezza del pomeriggio, un freddo terribile, gli animali in letargo, i campi aridi. Il buio mi riempie di angoscia.

In basso a destra l’albero con le foglie verdi e le gemme; allegro, colorato, vivo. Sul terreno fiori d’ogni colore e nel cielo azzurro un sole stupendo.

L’albero della primavera.

A me piace la primavera, è la stagione mia preferita! Le giornate si allungano, la temperatura è perfetta, né calda né fredda, la natura si risveglia e si riempie di colori, gli uccellini cinguettano.

Tutto mi rasserena e mi rallegra.

Mesi stupendi… peccato finiscano subito!

In basso a sinistra l’albero con i frutti maturi e nutrienti, il terreno secco, il cielo con un sole cocente che rende l’aria afosa e irrespirabile.

L’albero dell’estate.

A me l’estate non piace. Sudi, non sai dove stare, non riesci a dormire. Il caldo mi indebolisce e mi abbatte.

Al centro un pino. L’albero sempreverde.

L’ho disegnato perché rappresenta il centro dei miei pensieri, dei miei sogni: dodici mesi di verde, di vita, di speranza, di allegria.

Se solo tutti i giorni dell’anno fossero come un pino. E gli altri alberi che cosa rappresentano?

Il ciclo delle stagioni, il cerchio della vita.

Si parte da lì alla scuola materna con i bambini di tre anni a rappresentare l’albero nelle diverse stagioni per far capire ai piccini le diverse fasi dell’anno.

Si parte da lì alla scuola primaria; dalla A come albero per insegnare l’alfabeto delle parole.

Si parte da lì dovunque tu abiti, qualsiasi lingua tu parli.

Si parte da lì per cercare di comprendere… poi, un giorno prendi un foglio, disegni, rifletti, senti di non essere felice… forse perché non hai ancora capito.

Per essere sereno non puoi detestare tutte le stagioni, attendere solo la primavera e viverla con l’ansia che finisca in un lampo. Non puoi illuderti che al tuo risveglio nel mondo ci siano solo più pini, tutto sia bello, tutto vada sempre al meglio, tutto perfetto con solo gioia e nessun dolore.

L’albero vive come me.

Attraversa tutte le fasi della vita, dalle più difficili e dolorose alle più incredibili e meravigliose.

E rimane lì. I rami assecondano il flusso del vento ma le radici sono ben salde nel terreno per riuscire a rimanere sempre con il tronco dritto e fermo: resiste al freddo ma gode del silenzio, sopporta il caldo ma si appaga per i suoi frutti.

E io?

Percorrerò finalmente il cerchio della vita quando sarò felice per l’arrivo di ogni stagione, di ogni giorno dell’anno, di ogni attimo.

Quando in autunno sarò meravigliato dai colori delle colline, raccoglierò delle buonissime castagne e come un gioco eviterò le pozzanghere per la strada.

Quando in inverno sarò impaziente di assaporare una buona polenta calda, di osservare la magia dei fiocchi di neve scendere dal cielo, di attendere l’arrivo del Natale.

Quando della primavera godrò di ogni istante pensando di essermi meritato tutta quella pace, tutto quello splendore. Solo così mi sembrerà non finire mai.

Quando d’estate correrò a tuffarmi nel mare oppure, con lo zainetto sulle spalle, scalerò le montagne rinfrescandomi con un buon gelato e ristorandomi con l’acqua fresca delle fontane.

Quando guarderò l’albero della vita con occhi diversi, con gli occhi dell’entusiasmo, della speranza e della gratitudine.

Quando ogni giorno mi sembrerà più bello di quello precedente e quando sarò sicuro che domani sarà ancora meglio.

E… il pino?

Il pino c’è e ci sarà sempre.

È lassù, lassù in montagna che mi protegge, sempre vivo, sempre pronto ad aiutarmi in tutte le stagioni.

 

 

E Tu? Qual è la tua stagione? E la tua pianta?

Appena esci di casa, passa accanto a un albero e… osservalo.

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