Ieneié. I fiori e le catene

15,00 

di Alessio Lepore

È un amore impossibile quello narrato nelle pagine di questo insolito racconto inclusivo. Da una parte l’Etiopia, dall’altra l’Italia. Da una parte il meridione, dall’altra il settentrione. Da una parte Jiji, dall’altra Napo. Da una parte Shambél, dall’altra Giulio, da una parte l’Europa dall’altra l’Africa.

“Ieneié ‒ I fiori e le catene” è un intricato romanzo, in cui Alessio Lepore, auctor e agens ‒ alias “Giulio” ‒ ci porta a nuotare nelle acque agitate di un mare che – con forza – divide due anime. I fiori, coprotagonisti assoluti, diventano lo sfondo dell’amore tra Giulio e Shambél, che immersi in un immenso giardino di colori e profumi, cercano di spezzare le catene che tengono legate le mani di Shambél, incastrato nelle sovrastrutture familiari, culturali, sociali, religiose. Tutto ruota attorno ad una storia, alla Storia, alla cultura e alla tradizione, che aleggiano sui protagonisti e finiscono per sopraffare il loro amore.

Un amore completo, inaspettato, nato per caso dopo poche ore trascorse in quella che da subito diventa la “loro stanza”. Queste due anime intricate viaggiano per il mondo, superano la lingua, i confini, i continenti, ostacolati solo da un dio troppo più forte di loro.

Alessio Lepore ci passa il testimone affinché questa storia non venga dimenticata e possa essere punto di riferimento per coloro che sono ostacolati dall’astratto.

 

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I. Quando lo guardavo negli occhi

 

Quando lo guardavo negli occhi il fiato meccanicamente si bloccava. Cercavo aria. E un’aria rigida, palpabile, mi

trapassava lo sterno andando a nascondersi in una camera segreta al centro del mio petto fino ad allora a me

sconosciuta. Per qualche secondo rimaneva lì. Imprigionata. Intrappolata. Dura come il ghiaccio quell’aria. Finché solo le

mie parole – a volermi assicurare che lui sentisse anche con l’udito – la scioglievano: “Vedi è più forte di me, mi manca il

respiro quando guardo nei tuoi occhi”. Come ogni lettera fosse di vetro vuoto e leggero come una cannula, l’aria

riempiva ciascuna di esse rendendola quasi materica.

Lui rispondeva trasformandole in baci teneri stampati profondi voluti cercati e cercati ancora. Nel mio letto, vestiti solo di

natura, ci rincorrevamo e ritrovavamo di continuo in abbracci e carezze, mani intrecciate e baci nel palmo della mano dal

quale ogni mattina, poi, iniziò a nascere un nuovo buongiorno per noi.

 

Il primo nacque quando Shambél lo chiamò carezza. Lo chiamò così quel giorno e per sempre. Quando Giulio udì quel suono non capì all’inizio ma poi risuonò dentro come la più ermetica delle poesie. “Buongiorno carezza!” Shambél aveva appena creato un neologismo semantico che racchiudeva, attraverso il palmo baciato, tutto il percorso che il loro amore faceva nell’arco delle ore assieme.

“Sei la mia carezza”, sussurrava, e ancor più Giulio lo riempiva di quelle carezze leggere delicate sfiorate. Parlava poco Shambél e baciava il palmo della mano di Giulio nel punto di contatto con il suo viso. Ogni volta Giulio rimaneva estasiato come fosse la prima volta, perché lo trovava il gesto più gentile, tenero e delicato del mondo. Fu così la notte che s’incontrarono. Intensa. Come quello che li attendeva insieme. L’aria dolce di quella notte d’estate imminente era esplosa d’improvviso in un intruglio di emozioni, sapori, sorpresa, bagliore, incredulità e coscienza che a fatica riuscirono ad arrestare quando ne arrivò il momento. Mai più le serate estive e la loro vita sarebbero tornate ad essere quelle di prima.

Un solo sguardo aveva appena stravolto i loro destini per sempre e il riso inebetito dell’amore s’era installato di colpo sui loro volti. Da quel momento Giulio e Shambél non poterono fare a meno di cercarsi, di pensare l’uno all’altro, di respirare a pieni polmoni l’essenza di magnolia che si spandeva nell’aria cullandoli nei dolci canti del loro amore.

Quella notte in cui si videro per la prima volta Shambél entrò nella stanza di Giulio all’una del mattino dopo poche battute in chat. Capirono di volersi conoscere subito. Era tardi e Giulio non voleva che lui suonasse al citofono per cui scese giù ad aprire. Shambél lo seguì in ascensore e dopo un momento di silenzio, una volta entrati in camera, si presentarono e si sorrisero. La finestra era spalancata e mentre Giulio dava le spalle al parco sotto casa – come fosse già tutto scritto – Shambél gli diede l’abbraccio più forte che Giulio ricordi di aver mai ricevuto da uno sconosciuto, seguito da un bacio dato come si fossero desiderati e saputi da sempre. “Ti conosco da sempre” fu proprio quello che esclamò Shambél. Erano appena entrati in collisione e i mille pezzi delle loro anime erano ricolati a picco in un mare cristallino ritrovandosi in sincronia come banchi di sardine e come sardine sempre a rischio di essere trascinate via da una rete che spesso non lascia scampo di fronte alla sapiente esperienza dei pescatori.

Erano passate appena tre ore e già si chiamavano ieneié. Ieneié era il soprannome che Giulio e Shambél usavano per dirsi tesoro mio nella lingua etiope che è agli occhi tonda romantica aspra e amara al contempo: ዬኔዬ (Yeneyé). Amara come in amarico, la lingua di Shambél, la lingua di quello che un tempo fu il grande impero d’Etiopia. La terra dove, da qualche parte, all’ombra di un albero, accolta tra le radici, giace la placenta che aveva tenuto Shambél, questo jijigawa che d’improvviso aveva fatto irruzione nella vita di Giulio, serena e scandita sincronicamente, portando e condividendo meraviglioso scompiglio.

Jijiga è la capitale del Somali, la regione somala dell’Etiopia, una città vicinissima a Harar dove Shambél era venuto al mondo e Caserta, vicino Napoli, è la città nella quale era nato Giulio nel 1981. Era cresciuto sereno, spesso silenzioso e introverso. Da adulto però era visibilmente orgoglioso della persona che era diventato. Aveva sedici anni quando in famiglia venne fuori che amava i ragazzi, da sempre e per sempre. Era il 7 luglio 1998 e da allora tutto era diventato più facile nella sua vita. Dopo una brevissima reazione turbolenta da parte dei suoi genitori, il loro profondo amore nei suoi confronti ‒ uguale a quello per suo fratello e le sue sorelle ‒ aveva prevalso su tutto. L’unica cosa importante era che Giulio ‒ secondo di quattro figli ‒ stesse bene. E bene ci stava davvero. Amava i ragazzi. Ardentemente e semplicemente. Era per lui la gioia più grande del mondo.

Dieci anni dopo, vicino Jijiga in Etiopia, veniva al mondo Shambél. Decimo di quindici figli. Veniva al mondo in quell’Etiopia che ogni giorno si vede costretta a mandare via i propri figli in cerca di un futuro che gli è stato negato in passato e che in Italia continua a essergli negato oggi. Tra tutti questi figli Giulio aveva avuto la fortuna e la gioia di incontrarne uno. E se avesse creduto nel karma o nel destino avrebbe pensato che quel 29 giugno del 2020, quando si erano incontrati, fosse già scritto da qualche parte. Quanto fosse stato il caso ad averlo voluto, e non il karma o il destino, lo lasciava nel dubbio. Tutto quello che stava accadendo aveva le sembianze dell’esito, o forse l’inizio, di qualcosa che era cominciato prima che si conoscessero, da qualche parte lontano nel tempo. Qualcosa che non aveva nulla a che vedere con Giulio. Né con Shambél. In apparenza. Come se Shambél fosse la totalità di quello che il suo cuore desiderava, in termini di emozioni e che, guarda caso, erano identiche per entrambi. Pienamente. Perché lo sentirono subito, senza sapere assolutamente nulla l’uno dell’altro. Erano due mondi lontani, lontanissimi, ma più vicini che mai a causa dei trascorsi storici che li avevano visti come nemici sul campo di battaglia nel 1896 e nel 1935.

Due mondi che il 29 giugno del 2020 si erano ritrovati per unirsi in una danza inaspettata e vorticosa che continua ancor oggi inarrestabile in ­qualche luogo sperduto e inaccessibile lontano nel tempo e nelle loro anime.

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